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Messina - 1600 - 1700 - 1800 PDF Stampa E-mail
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Messina - 1600 - 1700 - 1800
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  Abramo Casembrot - (1670 circa)
Nel 1622, per volere del viceré Emanuele Filiberto di Savoja, venne abbattuta la cinta muraria lato mare e si progettò una fila ininterrotta di palazzi che racchiudeva il porto come un anfiteatro.
L’incarico venne dato all’architetto Simone Gullì che ideò una cortina di edifici a quattro piani con un unico prospetto, interrotto da quindici porte monumentali, poi aumentate a diciotto, che assicuravano il passaggio dalla Strada della Marina alla città.
  Stampa, Palazzata e Loggia dei Mercanti.
Era nata la Palazzata o Teatro Marittimo. L’impianto offriva ai visitatori che arrivavano dal mare uno spettacolo di straordinaria armonia ed eleganza. I piani terreni erano utilizzati come magazzini per le merci e nei piani superiori  vi erano le abitazioni dei ricchi mercanti che si erano stabiliti a Messina.

 

L’autonomia governativa di cui godeva Messina  creò parecchi dissidi con le altre città, in special modo con Palermo.
Nel 1635  il viceré Alcalà fece aprire una zecca a Palermo, togliendo a Messina il privilegio d’esser la sola a battere moneta, fatto che giustificava il suo titolo di Capitale del Regno. Alle rimostranze dei messinesi il re Filippo IV rispose facendo chiudere la zecca di Palermo.
Ormai la città attraversava un periodo di profonda crisi economica, il commercio della seta era in declino e l’ amministrazione era in mano ad un ristretto gruppo di nobili che spendeva le finanze solo per accrescere il suo potere. Dopo il 1671 una serie di cattivi raccolti peggiorò la situazione della popolazione che cominciò a morire di fame.
Si crearono due fazioni,  quella dei Merli (merli), che  voleva un governo fatto dal popolo e che rivendicava la costituzione e quella dei Malvizzi (tordi), che  voleva tenere inalterati i tanti privilegi che la città aveva acquisito nel tempo e mantenere la classe Senatoria.
Luigi dell’Hojo, stradigoto della città, imputava la crisi allo strapotere e agli illeciti guadagni dei ricchi e appoggiò, quindi, la causa dei Merli.
Ottenne che il senato fosse rappresentato da tre membri del popolo e tre dell'aristocrazia, mentre prima erano 2 a 4, a favore degli aristocratici, i quali, adirati, fecero ricorso al Viceré principe di Ligny  che nel 1672 sostituì dell’Hojo con il marchese di Crispano.
Crispano proseguì, comunque, l’opera del suo predecessore ma nel 1674 i Malvizi ripresero la maggioranza del senato, cacciarono lo stradigoto e impedirono l’ingresso nella città del nuovo viceré Baiona.
Inoltre a scopo dimostrativo fecero giustiziare alcuni dei capi dei democratici e, visto che non si sentivano più garantiti dai sovrani spagnoli, chiesero soccorso al re di Francia Luigi XIV che era  in guerra con la Spagna.
Questa, dunque, fu una rivolta voluta dalla classe ricca che non voleva perdere i privilegi acquisiti e temeva la liberalizzazione della costituzione che avrebbe incoraggiato le “pretese” dei ceti più bassi.
Il 27 settembre 1674 il sovrano francese mandò undici navi al comando del Cav. Valbelle con l’intento segreto di conquistare la Sicilia e il 2 gennaio 1675 inviò ulteriori aiuti.
Il 28 aprile 1675 il francese duca di Vivonne riuscì ad insediarsi a Messina come viceré, mentre gli spagnoli si erano ritirati a Palermo, creando così due distinti governi: uno spagnolo a Palermo ed uno francese a Messina.
Ma lo scenario politico europeo stava cambiando e Luigi XIV nel 1678 dopo la pace di Nimega, stipulata tra Francia, Spagna e Olanda, abbandonava Messina, la “traditrice”, al suo destino.
La città  capitolò dopo quattro anni di dura e accanita resistenza e la vendetta degli spagnoli fu tremenda.
Fu privata di tutti i privilegi, la Zecca fu trasferita a Palermo, fu demolito il Palazzo del Senato e, in segno di infamia, la terra fu cosparsa di sale. Fu abolita l’università, e i cittadini più compromessi dovettero fuggire.

Messina fu ridotta all’ombra di se stessa.

Il  viceré spagnolo Francisco de Benavides, duca di Santo Stefano, sottrasse, inoltre,  le “Pergamene del Fondo Messina” sulle quali erano documentate le gloriose vicende storiche della città, che le derivavano dai grandi privilegi ricevuti dai vari regnanti nel corso dei secoli.
Per fortuna Benavides non distrusse i documenti, ma li trasferì in Spagna e per tre secoli non se ne ebbe più notizia, fin quando furono ritrovate nella città di Siviglia e il 26 Aprile 1992, questa importante documentazione, è stata finalmente restituita all'Italia.


 
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Disegno di Vanessa Tripoli 2A

Messina distrutta.

Un telegramma con queste due parole  giunse al  Capo del Governo Giovanni Giolitti più o meno alle ore 15, 25 del 28 Dicembre 1908. 

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